C’era una volta la Squaw
Da bambina a giovane donna
A volte idealizzata, a volte vessata e oggetto di schiavitù, la condizione della squaw presso i Nativi Americani non era tanto diversa da quella che conducevano le donne nello stesso periodo, in Occidente quanto in Oriente. Fatta eccezione per brevi periodi di illuminato matriarcato che si sono susseguiti a singhiozzo nei secoli passati, la figura femminile ha sempre rivestito ruoli sociali subalterni. In quasi tutte le società, malgrado la sua essenzialità funzionale, la donna è sempre stata vittima di ottuse visioni maschiliste che l’hanno relegata a condizione di oggetto o merce di scambio.
I Nativi Americani non furono da meno, anche se bisogna riconoscere che la sudditanza della donna nasceva in questo caso da precise necessità esistenziali e non da convenzioni religiose o di stampo culturale, come avveniva invece nel Vecchio Mondo o in Oriente. Si può anzi affermare che, a differenza delle Europee, le donne Indiane godevano di una libertà di costumi e di comportamento che forse solo le pioniere del Nuovo Continente hanno potuto assaporare. La durezza delle vita imponeva alle tribù, fondamentalmente nomadi e costantemente in lizza con i propri vicini, una rigida separazione dei ruoli e una perfetta organizzazione, che prescindeva dal sentimento e dall’affezione familiare.
Così, se in casi di esodo forzato erano le donne anziane e non più utili ad essere abbandonate, ciò non era frutto di atteggiamenti disumani o ingratitudine, bensì il disperato tentativo di porre in salvo l’intera tribù.
La netta distinzione tra maschio e femmina, per i Nativi, era infatti evidente soprattutto in età matura: il maschio, guerriero e cacciatore, per forza di cose conduceva una vita di relazione, mediazione e cooperazione con gli altri maschi della sua tribù, quanto delle tribù amiche. Fino alla morte, la sua esperienza era indispensabile per gli altri, e a volte le capacità strategiche dell’anziano potevano fare la differenza tra la vita e la morte di un intero popolo.
Il ruolo femminile, invece, era tutto racchiuso nell’ambito familiare e tribale, per cui la sua sfera esperenziale, pur fondamentale per il buon andamento del gruppo, tuttavia era estremamente limitata,e si esauriva lì dove la vecchiaia non permetteva più il normale svolgimento dei compiti quotidiani.
Figura 1. La condizione della donna Indiana anziana era sempre in bilico. Benché la vecchiaia venisse onorata e funzionalizzata dagli Indiani d’America, l’eventualitàdi doversi trasferire improvvisamente e di rifugiarsi in altri campi, per problemi ambientali o per sfuggire ai propri nemici, era moltofrequente. Quando ciò avveniva gli anziani erano compresi nel piano di esodo, a patto che fossero in grado di reggere il duro ritmo dell’intera tribù, da cui non venivano risparmiati neanche i bambini. Se l’anziano era troppo malato e non più auto- sufficiente spesso veniva abbandonato nella propria capanna o, al massimo, condotto in salvo nel miglior luogo possibile, dove comunque era costretto a provvedere a se stesso da solo. La malattia e l’invalidità, infatti, avrebbero rallentato eccessivamente il ritmo di marcia della tribù, mettendone a repentaglio la sopravvivenza. La decisione non era quindi dettata da motivi di crudeltà bensì da esigenzereali. A parità di condizioni si preferiva comunque mettere in salvo il maschio anziano piuttosto che la donna di una certa età, poiché il vecchio era dispensatore di un bagaglio di esperienze sociali che poteva mettere ancora a servizio della tribù, mentre la donna no.
In questa foto donna Skokomish, 1930.
Ogni squaw era perfettamente cosciente della provvisorietà del suo ruolo e della possibilità che il destino chiedesse a qualcuna di esse il sacrificio estremo. D’altronde,il guerriero metteva costantemente in gioco la sua vita per difendere l’intera tribù dal ratto, l’assassinio e la conduzione in schiavitù: da qualsiasi parte si guardasse i conti tornavano, e non sempre erano a sfavore della donna.
La vita della squaw ( termine che in lingua Algonchina indicava semplicemente una fanciulla, da “ethskeewa”) iniziava alle prime luci dell’alba e terminava al momento di andare a letto quando. spogliata del suo ruolo anonimo di membro del villaggio, assumeva quello di moglie e amante. I suoi compiti erano molteplici e polifunzionali: si andava dal disbrigo delle faccende domestiche, in particolare cucinare le pietanze e mantenerle sempre calde e pronte all’uso, al confezionamento dei vestiti e dei mocassini per l’intera famiglia, alla ricerca di radici e bacche, alla coltivazione del mais e all’allevamento degli animali, che per molte tribù nomadi rappresentavano unica fonte di sussistenza nel periodo in cui i bisonti erano assenti.
A ciò le donne aggiungevano altre abilità, altrettanto indispensabili: erano in grado di sventrare, pulire e scuoiare la selvaggina con il semplice utilizzo di un coltello d’osso, salavano le carni, conciavano le pelli, dipingevano gli attrezzi di guerra, tingevano i vestiari, montavano e smontavano il tepee in una sola ora e, all’uopo, erano in grado di cacciare e difendere il proprio villaggio. Infine, allevavano e accudivano i figli, curavano gli ammalati, interpretavano i cicli della terra e i messaggi degli spiriti, preparavano i morti e si occupavano dei funerali. Una vita piena e di